La sconfitta della Sinistra alle ultime elezioni politiche ha lasciato delle ferite profonde. L’impatto sul popolo della Sinistra è stato così violento da non lasciare spazio che alla delusione. Una volta il day after elettorale era dedicato alle analisi politiche, al conteggio dei voti. Oggi non più. Eppure se ci dedicassimo a questo apparentemente inutile esercizio, scopriremmo qualche sorpresa, ma sorpresa non è per chi è più abituato ai fenomeni veri che alle finzioni sceniche. A Civitavecchia, ad esempio, la Sinistra l’Arcobaleno con il 6,5% ha raddoppiato i voti ottenuti a livello nazionale. Alle provinciali Gino De Paolis, candidato per la Sinistra Arcobaleno, con circa il 12 % delle preferenze è risultato il primo degli eletti, confermando quel dato che vede la forte presenza della sinistra in questo territorio da almeno dieci anni. Enrico Luciani consigliere regionale per la Sinistra Arcobaleno e presidente della Compagnia portuale di Civitavecchia è uno degli artefici di questo successo.
Luciani, quale è il segreto di questa importante affermazione?
«La presenza del partito al fianco dei lavoratori è stato senza dubbio il motivo principale del nostro successo. Insieme alla Compagnia portuale e alle altre realtà produttive presenti sul territorio abbiamo lavorato nella stessa direzione per la salvaguardia dei diritti, per un’ occupazione più stabile, impegnandoci in battaglie per la qualità del lavoro. Allo stesso tempo abbiamo costruito da una parte un collegamento costante tra istituzione e territorio, dall’altra una coesione con le forze della sinistra».
L’unione tra voi e i lavoratori dimostrerebbe, dunque, che gli operai votano ancora a sinistra?
«Certo, non potrebbe essere diversamente. In generale però, i nostri elettori delusi nelle aspettative riposte dopo la vittoria del 2006, oggi hanno bocciato una politica che ha visto la sinistra vittima di una trappola “mortale”, ordita da chi, attuando la politica dei due tempi, non ha nei primi diciotto mesi del governo Prodi realizzato nessuno dei punti concordati nel programma. La situazione subisce infatti una violenta accelerazione nel momento in cui dai nostri rappresentanti veniva chiesto un impegno del governo ad indirizzare maggiori risorse (tesoretto) verso lavoratori, precari e pensionati. Qui scatta la trappola di Mastella e Dini, pochi giorni dopo la dichiarazione di Veltroni di correre da solo alle prossime elezioni, lasciando la sinistra dopo la caduta del governo Prodi con il fatidico “cerino in mano”».
Esiste un modello Civitavecchia da dove la sinistra potrebbe ripartire?
«La nostra forza è stata la ricerca continua ed umile del contatto con i lavoratori e movimenti facendoci portavoce delle loro necessità. Questa è stata una delle motivazioni che ha penetrato trasversalmente l’elettorato civitavecchiese. Se in questa “debacle” generale Civitavecchia non soltanto resiste ma avanza, allora vuol dire che il modello funziona. Significa che nel territorio è presente una classe dirigente che sa mettere da parte personalismi, divisioni interne e settarismo, mettendosi al servizio dei cittadini. Siamo partiti da queste basi trovando in campagna elettorale un sincero entusiasmo nei confronti della sinistra Arcobaleno e del candidato Gino De Paolis».
Come è avvenuta la scelta del candidato?
«In questa fase difficile bisognava partire da candidature che avessero un forte radicamento locale. Quindi bisognava abbandonare la nomenclatura e dare spazio a quei compagni che sui territori avevano dato dimostrazione di aver fatto un percorso a fianco di movimenti e lavoratori. E’ nata così la candidatura alla provincia di Gino De Paolis. Per due elezioni consecutive è risultato il primo degli eletti di Rifondazione comunista apprezzato per il suo lavoro e per le sue qualità umane».
Lettera per il futuro partito che (ancora) non c’è (scritta di getto il 15 aprile 2008).
Una vera disfatta, una debacle elettorale inaspettata che ha cancellato la nostra rappresentanza elettorale in parlamento. Un fatto storico che aprirà un dibattito e un confronto su come ricostruire un partito sepolto dalle macerie di un risultato devastante.
Le cause sono tante, le più importanti, che meritano una approfondita analisi sono interne al partito.
Sono convinto come militante e segretario della sezione di Bonorva che sia necessario iniziare a “srotolare” gli errori di una classe dirigente sia locale, regionale che nazionale, la quale ha portato il partito alla pesante sconfitta.
L’avventura della Sinistra l’Arcobaleno voluta dai dirigenti dei rispettivi partiti era sin dall’inizio un’avventura che creava molti interrogativi e spauracchi soprattutto alla base del partito, che male aveva preso questa decisione dall’alto. Ricordo che in CPF a Sassari l’idea di presentarci con la SA aveva buttato giù gli animi di molti compagni che già assaporavano la sconfitta. Questo perché non si riconoscevano in un progetto o meglio in un cartello elettorale messo in piedi in fretta e furia senza un’approfondita analisi e dibattito con le varie federazioni e sezioni. La nascita è stata poco sentita, i leader dei principali partiti e movimenti che hanno lavorato alla costituzione non credevano nel nuovo soggetto politico, ricordo Diliberto poco entusiasta, Pecoraro Scanio spaesato e Giordano che cercava di crederci e dare forza agli altri, estremizzando un po’ le parole la sostanza è che non ci si credeva. Si preannunciava quindi una campagna elettorale difficile a cui il partito non era preparato. Soprattutto a livello nazionale. La prima a non crederci era la base del partito che con forza ha reagito, soprattutto quando si sono presentate le liste. Liste tra l’altro che non sono state discusse e soprattutto condivise e contestate in Comitato Politico Regionale.
Questo basta a capire con quali conflitti interni ci si è presentati alle elezioni.
Altro punto critico che abbiamo pagato è stato il risultato di un anno e mezzo di governo Prodi, dobbiamo dirlo con onestà cari compagni, non ha prodotto grossi risultati.
Le tante promesse dei NOSTRI compagni al governo in parte non sono state mantenute, per via forse di una subalternità al Governo Prodi o per mancanza di volontà nei nostri rappresentanti o per via della mancanza di stabilità, insomma per un insieme di cause.
La posizione dei partiti della Sinistra non era chiara. Il mancato rapporto con i movimenti, lo sradicamento del nostro partito dalle masse operaie e dagli svantaggiati. Gli operai, del quale ci riempiamo la bocca, veramente vogliono essere rappresentati da un partito come il nostro? Credo che la fiducia di molti elettori l’abbiamo persa proprio in questo anno e mezzo. Basti pensare agli operai della Legler che si sono astenuti in massa dal voto. Questo dato ha pesato molto nel nuorese e non solo.
A livello locale, a Bonorva come sapete siamo dentro il governo comunale – un vice-sindaco, un assessore e due consiglieri. La forza delle nostre politiche è stata affossata da un risultato elettorale inaspettato, forse non siamo riusciti a instaurare un rapporto con la gente, forse da noi le persone si aspettavano di piu o forse, più semplicemente la proposta politica piovuta dall’alto dai nostri dirigenti nazionali era poco convincente, sia nei contenuti che nell’immagine.…forse tante concause, sicuramente. Rimane fermo il fatto che si faccia una profonda analisi di questi due anni di governo locale, interrogandoci su come abbiamo lavorato, su come abbiamo amministrato questo paese, e soprattutto su cosa c’è da fare che ancora non abbiamo fatto.
La nostra grande colpa è stata forse quella di non averci creduto, o meglio di non aver lottato per il partito e per gli ideali in cui crediamo. Sapevamo che non sarebbe stato facile portare a casa un buon risultato, ma arrendersi a questo ha significato lasciare via libera sia al PD che agli altri partiti tra cui l’UDC (i quali hanno raccolto gran parte dei voti). I giovani del nostro circolo si sono completamente arresi, il loro contributo in campagna elettorale è stato nullo, quasi inesistente. I pochi che si sono impegnati hanno consegnato il materiale elettorale e poi basta. Le parole scambiate con la gente e tra la gente dai nostri compagni sono state poche. Qualcuno mi deve dare delle spiegazioni e soprattutto prendersi delle responsabilità, soprattutto i componenti del direttivo. Come segretario posso dire di aver fatto il possibile per portare avanti una campagna elettorale difficile. Certo il lavoro in comune (sia come amministratore che come dipendente) mi teneva molto occupato, ma credo di aver fatto il massimo. La responsabilità che mi prendo come segretario è quella forse di non essere riuscito a stimolare i compagni nell’organizzare attività politiche e coinvolgerli nella campagna elettorale.
Per me l’attività di segretario termina qui.
Non posso andare avanti con una sezione che non risponde, che dorme mentre i processi sociali di trasformazione investono tutti, anche gli iscritti: come precari, come studenti senza un lavoro certo e sicuro, come futuri dirigenti del partito.
Non posso andare avanti solo con l’aiuto di pochi compagni che oltretutto svolgono incarichi nel governo locale e quindi sono già anche troppo impegnati. Gli unici compagni che presiedevano le assemblee erano sempre gli stessi che quasi sempre avevano impegni sia di lavoro che di studi e che non potevano impegnarsi, compreso me purtroppo. Significa che la sezione deve chiudere. Non vedo la necessità di mantenerla in piedi. Non vedo altre soluzioni. Finisce qui il mio impegno di segretario anche per come i dirigenti nazionali hanno portato avanti la campagna elettorale.
Sono deluso dal partito che non è riuscito a portare avanti le politiche in favore degli operai, dei pensionati, dei tanti precari e degli esclusi.
Fuori dalle fabbriche al nord non ci sono i compagni del PRC, ma i leghisti, che ora rappresentano i loro bisogni e interessi. Sono deluso dal PD che ha acconsentito alla nostra sconfitta – il cosiddetto richiamo al voto utile ha permesso un risultato elettorale negativo, ma non solo. I cosiddetti mass-media ci hanno completamente “oscurato”, non esistevamo, eravamo nell’angolino più buio della campagna elettorale.
Ma la responsabilità maggiore è quella interna. Solo ed esclusivamente nostra.
Ora bisogna lavorare per ricostruire la nostra presenza nella società, nelle istituzioni. Bisogna ricostruire il partito (che ancora non c’è) per le prossime sfide. Non bisogna arrendersi ma resistere resistere resistere.
Per ripartire bisogna rigenerare la classe dirigente e lavorare con passione e onestà.
Questa frase viene detta spesso, soprattutto da dirigenti che siedono nei luoghi di potere del Partito. Dobbiamo lottare affinché sia una prerogativa di base per ripartire, non vedo altre soluzioni.
Oppure si può fare politica fuori dai partiti, soluzione questa che non mi dispiacerebbe, visto che ho fatto politica per tanti anni, vicino al PRC, pur non essendo iscritto – e prima con i movimenti.
Solo noi possiamo ricostruire una nuova realtà nella società, interrogandoci onestamente.
Solo il 20 per cento degli adulti italiani sa veramente leggere, scrivere e contare
Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile.
Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.
Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte nel 1999-2000 e nel 2004-2005 in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno, elementarissimo, di accesso, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving.
I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano anche in società progredite. Ma non nelle dimensioni italiane (circa l’80 per cento in entrambe le prove).
Tra i paesi partecipanti all’indagine l’Italia batte quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori. I dati sono stati resi pubblici in Italia nel 2001 e nel 2006. Ma senza reazioni apprezzabili da parte dei mezzi di informazione e dei leader politici.
Nelle ultime settimane, però, alcuni mezzi di informazione hanno parlato con curiosità del fatto che parecchi laureati italiani uniscono la laurea a un sostanziale, letterale analfabetismo. Questa curiosità vagamente moralistica è meglio di niente?
No, non è meglio, se porta a distrarre l’attenzione dalla ben più estesa e massiccia presenza di persone incapaci di leggere, scrivere e far di conto (quello che in inglese chiamiamo illiteracy e innumeracy e in italiano diciamo, complessivamente, analfabetismo). È notevole che l’analfabetismo numerico (l’incapacità di cavarsela con una percentuale o con un grafico) non abbia neanche un nome usuale nella nostra lingua.
È grave non saper leggere, scrivere e far di conto? Per alcuni millenni – dopo che erano nati e si erano diffusi sistemi di scrittura e cifrazione – leggere, scrivere e far di conto furono un bene di cui si avvantaggiava l’intera vita sociale: era importante che alcuni lo sapessero fare per garantire proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia.
Ma nelle società aristocratiche a base agricola, purché ci fossero alcuni letterati, la maggioranza poteva fare tranquillamente a meno di queste capacità. I saperi essenziali venivano trasmessi oralmente e perfino senza parole. Anche i potenti potevano infischiarsene, purché disponessero di scribi depositari di quelle arti.
Carlo V poteva reggere un immenso impero, ma aveva difficoltà perfino a fare la firma autografa. Le cose sono cambiate in tempi relativamente recenti almeno in alcune aree del mondo. Dal cinquecento in parte d’Europa la spinta della riforma protestante, con l’affermarsi del diritto-dovere di leggere direttamente Bibbia e Vangelo senza mediazioni del clero, si è combinata con una necessità creata dal progredire di industrializzazione e urbanizzazione: quella del possesso diffuso di un sapere almeno minimo.
In seguito è sopravvenuta l’idea che tutti i maschi abbienti, poi tutti i maschi in genere, infine perfino le donne, potessero avere parte nelle decisioni politiche.
La “democrazia dei moderni” e i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto. Il solo saper parlare non bastava più. E in quelle che dagli anni settanta del novecento chiamiamo pomposamente “società postmoderne” o “della conoscenza”, leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all’inclusione, anzi a sopravvivere in autonomia.
L’analfabetismo italiano ha radici profonde. Ancora negli anni cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59,2 per cento della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5 per cento).
Fuga dai campi, bassi costi della manodopera, ingegnosità (gli “spiriti vitali” evocati dal presidente Napolitano) lo hanno fatto transitare nello spazio di una generazione attraverso una fase industriale fino alla fase postindustriale. Nonostante gli avvertimenti di alcuni (da Umberto Zanotti Bianco o Giuseppe Di Vittorio a Paolo Sylos Labini), l’invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica “gente”.
Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica.
Diversi lettori e lettrici hanno chiesto quali sono le fonti di questo articolo. Sono due successive indagini internazionali i cui risultati sono stati pubblicati a cura di Vittoria Gallina, ricercatrice del Cede, poi Invalsi, in due volumi, il primo con prefazione di Benedetto Vertecchi: La competenza alfabetica in Italia. Una ricerca sulla cultura della popolazione (Franco Angeli 2000); Letteratismo e abilità per la vita. Indagine nazionale sulla popolazione italiana 16-65 anni (Armando editore 2006).
Sulle conseguenze anche economico-produttive del basso livello di alfabetizzazione si vede utilmente Attilio Stajano, Research, Quality, Competitiveness. European Union Technology Policy for Information Society (Springer 2006), di cui è in stampa una seconda edizione aggiornata.–Tullio De Mauro
Partita da Atene, la proposta di una campagna europea di solidarietà e appoggio ai municipi autonomi zapatisti è stata sottoscritta da ventidue organizzazioni. In Italia, è promossa da Associazione Ya Basta, Mani Tese Lucca, Comitato Chiapas «Maribel» Bergamo, Comitato Chiapas Torino, Consolato Ribelle
del Messico di Brescia, Comitato Chiapas Brescia, Coordinamento Toscano di Sostegno alla Lotta Zapatista,
Rete di Sostegno al Chiapas Rebelde, Progetto Dignidad Rebelde e Carta. Pubblichiamo il testo dell’appello.
Dopo anni di apparente tranquillità non passa giorno senza che le Giunte del Buongoverno zapatiste, denuncino episodi di provocazione e di attacco contro le comunità indigene del Chiapas.
Come confermano le organizzazioni dei Diritti umani e come ha confermato il lavoro della Sesta com
missione civile di osservazione dei diritti umani, dietro a questo stillicidio di episodi appare una strategia complessiva di attacco alle comunità indigene in resistenza.
Al centro di questa offensiva, fatta di attacco al diritto di vivere nelle terre recuperate al latifondo, fatta di sequestri, arresti e violenze arbitrarie c‘è la volontà di attaccare quello che l’Ezln ha costruito a partire dal 1994: la resistenza divenuta pratica di autonomia e autogoverno.
Non più la guerra visibile fatta di carri armati e corpi militari o paramilitari, ma una lunga e lacerante creazione di microconflitti spacciati come scontri tra indigeni. Una strategia che, nell’epoca dell’assordante rumore delle operazioni militari e delle stragi quotidiane della guerra globale, si vuol far passare sotto silenzio.
È una guerra che vuole far tacere il laboratorio politico rappresentato dall’esperienza zapatista, così come in molte altre parte del mondo vuole spegnere altri movimenti e laboratori sociali basati sull’autonomia.
L’autonomia zapatista parla il linguaggio delle comunità in lotta in tutto il mondo per salvaguardare i beni comuni e le risorse, per dare un senso reale alla parola democrazia, per conquistare diritti di cittadinanza per ogni essere umano.
Gli uomini e le donne dell’Ezln si misurano giorno dopo giorno nella sfida al pensiero unico del neoliberismo per costruire un presente di cambiamento e di speranza per l’umanità.
Sono una comunità in cammino insieme a molte altre in Messico, in America Latina, in altri continenti. Sono parte di un’umanità che lotta, sogna e si organizza “in basso a sinistra” come succede a casa nostra: dal Presidio No dal Molin contro la guerra, ai Comitati della Val di Susa, dalle mobilitazioni delle donne ai conflitti per la difesa del territorio, dalle mobilitazioni dei migranti per pieni diritti alle lotte sociali.
Invitiamo tutti coloro che si sentono vicini alla causa zapatista così come anche tutte quelle esperienze basate sul concetto di comunità in lotta e di autonomia a sottoscrivere questa campagna.
Media indipendenti, singoli, collettivi, artisti, musicisti, spazi sociali, a stare vicino e appoggiare questa lotta che non è poi così lontana dalla realtà italiana.
Con questa Campagna,
–Chiediamo la fine delle aggressioni contro le comunità indigene e della repressione generalizzata, basata su operativi militari, incarcerazioni e violazione dei diritti umani, attuata dal governo messicano nei confronti dei movimenti sociali, come sta succedendo con la lotta di Oaxaca e Atenco.
–Vogliamo impegnarci per far circolare le voci e le denunce che giungono dal Sud-Est Messicano.
–Vogliamo costruire una grande e variegata presenza in appoggio all’autonomia zapatista per quest’estate in Chiapas per dire insieme a molt@ da tutta Europa che: ¡LOS ZAPATISTAS NO ESTAN SOLOS!
Ma secondo voi le nuove province istituite in Sardegna e non solo in Sardegna hanno portato dei vantaggi? Se si, volete sapere quali vantaggi o svantaggi hanno effettivamente portato? Costano di più o pensate che le spese siano le stesse? Mi chiedo anche che ruolo e competenze hanno queste nuove province.
Bene potete trovare tutte queste interessanti risposte andando a seguire con attenzione una vecchia puntata di Report in cui si scoprono tante cose interessanti.
Ma prima qualcosa sulla conduttrice e grande Giornalista.
Milena Gabanelli (Nibbiano, 1954) è una giornalista italiana. Opera come freelance[1] ed è nota soprattutto per la presentazione e collaborazione a programmi televisivi di inchiesta.
Nata a Tassara, frazione di Nibbiano in provincia di Piacenza, vive a Bologna, dove si è laureata al DAMS con una tesi in storia del cinema. È sposata ed ha una figlia di nome Giulia.
Collabora alla Rai dal 1982. Ha iniziato conducendo programmi di attualità per le tre reti. Dal 1991, introduce in Italia il videogiornalismo. Lavora da sola con una videocamera portatile, che crea uno stile più diretto nelle interviste e in generale nel modo di fare programmi televisivi. Milena Gabanelli teorizza il suo metodo e lo insegna nelle scuole di giornalismo.
Dopo gli studi universitari in lettere con indirizzo antropologico si avvicina al teatro a partire dalla fine degli anni novanta collaborando, in veste di attore, ad alcuni spettacoli del Teatro Agricolo o del Montevaso, tra cui Giullarata dantesca (1996-1998), rilettura dell’inferno di alla maniera dei comici dell’arte.
Dopo gli anni dell’apprendistato maturato con il Teatro Agricolo O del Montevaso, insieme all’attautore foggiano Gaetano Ventriglia, Celestini scrive ed interpreta il suo primo spettacolo, Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini (1998, recentemente edito da Titivillus). Lo spettacolo racconta di un padre (Celestini) ed un figlio (Ventriglia) che compiono un viaggio da Foggia a Roma, parlando e mangiando prodotti poveri come il pane e le cipolle, sullo sfondo di un mondo di delicata ma vitalistica poesia memore della lezione pasoliniana un viaggio che si connota come iniziazione alla morte, attraverso i racconti che il padre rivolge al figlio. Una pièce in cui già si notano tutte le tendenze del futuro lavoro dell’attore romano, anche se in questo primigenio lavoro si vede un Celestini che – prima ancora di farsi affabulatore solista – interpretava un personaggio drammatico all’interno di una partitura drammatica a più attori.
Con Cicoria prende avvio la sua produzione matura, snodatasi attraverso una prima fase artistica concretizzatasi, tra il 1998 ed il 2000, nella composizione della trilogia Milleuno, sulla narrazione di tradizione orale: ne fanno parte Baccalà (il racconto dell’acqua), Vita Morte e Miracoli, La fine del Mondo (l’attore è accompagnato sul palco dai musicisti Matteo D’Agostino e Gianluca Zammerelli). In Milleuno Celestini rievoca un mondo pasoliniano dove la sofferenza del vivere viene riscattata da una sottile ironia. Ascanio ricrea la memoria orale degli ultimi, di chi vive ai margini di una grande città come Roma a metà del secolo scorso: una città che si sta trasformando sotto la cementificazione delle speculazioni edilizie e che, sempre più, assorbe e divora la campagna e con essa i riti e le credenze popolari.
Negli anni successivi, riceverà svariati riconoscimenti istituzionali tra cui, nel 2005, il Premio UBU per lo spettacolo Scemo di guerra (come Nuovo testo italiano), nel 2002 il Premio UBU speciale “per la capacità di cantare attraverso la cronaca la storia di oggi come mito e viceversa” e nel 2004 il Premio Gassman come miglior giovane talento, il premio Oddone Cappelino per il testo “Le Nozze di Antigone” e vari altri premi per i suoi testi letterari e teatrali tra i quali il Premio Satira, il Premio Histryo, il Premio Bagutta, il Premio Fiesole, il Premio Anima, il Premio Mezzogiorno, o il Premio Trabucchi alla Passione Civile, .
La svolta della carriera artistica è segnata dalla scrittura ed interpretazione di Radio clandestina (2000), sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, cui seguono Cecafumo (2002), montaggio di fiabe della tradizione popolare italiana riviste, destrutturate e rimontate, tradotte e “tradite”, per un pubblico di ragazzi e adolescenti; Fabbrica (2002), narrazione in forma di lettera sulla vita operaia, attraverso tre generazioni di lavoratori, dalla fine del XIX secolo alla dismissione industriale degli anni ‘80-’90; Scemo di guerra. 4 giugno 1944 (2004, presentato alla Biennale di Venezia) sulle vicende personali del padre dell’attautore, sullo sfondo drammatico dell’ingresso degli americani a Roma e, quindi, del secondo conflitto mondiale; La pecora nera. Elogio funebre del manicomio elettrico (2005), sull’istituzione del manicomio e sulle manie dell’odierna società dei consumi. Tra maggio e giugno 2006 ha presentato al Piccolo Teatro di Milano Live. Appunti per un film sulla lotta di classe, accompagnato dai musicisti Gianluca Casadei (fisarmonica), Roberto Boarini (violoncello) e Matteo D’Agostino (chitarra) che sono anche gli autori delle musiche. Si tratta di uno spettacolo-lavoro in corso che cambia cercando di seguire il variare delle condizioni del lavoro precario in Italia. La nuova versione col titolo Appunti per un film sulla lotta di classe ha debuttato a Bruxelles alla fine di settembre 2007.
Ha scritto anche Le nozze di Antigone (2003), interpretato dall’attrice Veronica Cruciani.
È considerato uno dei rappresentanti della seconda generazione del cosiddetto teatro di narrazione, insieme a Davide Enia, Mario Perrotta, Giulio Cavalli e Andrea Cosentino: i suoi spettacoli sono fatti di storie raccontate e sono preceduti da un lavoro di raccolta di materiale lungo e approfondito. L’attore-autore fa quindi da filtro, con il suo racconto, fra gli spettatori e i protagonisti dello spettacolo. L’attore in scena rappresenta sé stesso, anche quando parla in prima persona: è qualcuno che racconta una storia.
Gli spettacoli di Celestini sono caratterizzati da una economia di mezzi attoriali e scenografici: i movimenti dell’attore sulla scena sono ridotti al minimo e la comunicazione si svolge attraverso le capacità di affabulazione. Il ritmo vocale è rapido e quasi senza pause, la scenografia elementare.
Nell’opera di Celestini la Storia con la S maiuscola si mescola sempre con micro-storie e vicende personali, mentre l’irruzione del fantastico connota il suo lavoro come marcatamente popolare.
Scrive su Viaggi della Memoria, una rubrica di Viaggi, il supplemento de la Repubblica, nella quale racconta, in maniera spesso surreale, i luoghi che conosce attraverso le sue tournée.
Dal 2001 ha scritto e interpretato diverse trasmissioni radiofoniche per Rai Radio Tre, tra cui Milleuno, racconti minonti buffonti e quattro edizioni di Bella Ciao.
Dal 2006 partecipa alla trasmissione Parla con me condotta da Serena Dandini.
Quasi tutti i suoi spettacoli sono diventati libri, ma in particolare Storie di uno scemo di guerra (premio Bagutta, Fiesole e radio3-Fahrenheit) e La pecora nera (premio Anima) nascono come veri e propri romanzi.
Nel 2006 partecipa al film Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti.
Nel 2007 gira il documentario Parole Sante che racconta la vicenda di un collettivo autorganizzato di lavoratori precari (precariAtesia) nel più grande call center italiano (Atesia, situato a Cinecittà, periferia di Roma). Anche questa opera fa parte del progetto che da due anni lo vede impegnato nel tentativo di raccontare cosa significa la lotta di classe in un tempo nel quale si riesce con difficoltà a intuire che esista ancora una coscienza di classe. Prodotto da Fandango , viene presentato alla Festa del cinema di Roma nella sezione Extra.
Contemporaneamente esce il suo primo disco, anch’esso intitolato Parole Sante, dove sono raccolte le canzoni presenti negli spettacoli, nel documentario e alcuni inediti. Il disco ha ricevuto nel 2007 il Premio Ciampi come Miglior debutto discografico dell’anno.
Pubblicazioni
Cecafumo, Roma, Donzelli 2002 (testo e cd audio);
Fabbrica, Roma, Donzelli 2003 (testo e cd audio);
Radio Clandestina, Roma, Donzelli 2004 (testo e dvd; con un’introduzione di Alessandro Portelli);
Storie di uno scemo di guerra, Torino, Einaudi 2005;
Storie da legare (a cura di A.C. e Rodolfo Sacchettini), Firenze, Ed. della Meridiana 2005;
Fabbrica (dvd), commercializzato con “l’Unità”;
Scemo di guerra, Torino, Einaudi 2006 (dvd);
Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini (insieme a Gaetano Ventriglia), in Simone Soriani (a cura di), Cicoria. Del teatro di Ascanio Celestini e di Gaetano Ventriglia, Corazzano – PI, Titivillus 2006;
Lotta di classe nel pomeriggio, in Giuseppe Cerasa (a cura di), Interni Romani, Roma, La biblioteca di Repubblica-gruppo editoriale l’Espresso 2006;
I cani tristi in Descrizioni di un luogo, 52 brevi racconti per i dieci anni di stile libero, Torino, Einaudi 2006;
La pecora nera, Torino, Einaudi 2006
un sasso che precipita, in Giuseppe Cerasa (a cura di), i colori di Roma, Roma, La biblioteca di Repubblica-gruppo editoriale l’Espresso 2008;
Bibliografia critica
Andrea Porcheddu, Il peso delle storie, in “Art’o”, gennaio/2002;
A. Celestini, Dal raccolto al racconto. Andata e ritorno, intervista di Chiara Alessi, in «L’Almanacco», 2005;
Patrizia Bologna, Un’immobilità potentissima, in “Prove di drammaturgia”, 2/2005;
Natale Filice, Riti e ritmi in Fabbrica di Ascanio Celestini, in “Biblioteca teatrale”, aprile-dicembre 2005;
Emanuela Garampelli, Lettere in tuta blu, in “Hystrio”, 1/2005;
Gerardo Guccini (a c. di), Racconti della memoria: il teatro di Ascanio Celestini, in “Prove di drammaturgia”, 2/2003; ID, La bottega dei narratori (con una sezione dedicata a Celestini), Roma, Audino 2005
Renata Molinari, Di canti, storie e autori, in «Patalogo», n. 26;
Andrea Porcheddu (a c. di), L’invenzione della memoria. Il teatro di Ascanio Celestini, Udine, Il Principe Costante 2005;
Sabrina Provenzani, La liberazione di Roma come l’ha vista il nonno, in “Teatri delle diversità”, n. 29, aprile 2004;
Simone Soriani (a c. di), Cicoria. Del teatro di Ascanio Celestini e di Gaetano Ventriglia, Corazzano (PI), Titivillus 2006
Beatrice Barbalato, Sul palco c’è l’autore, Louvain-la-Neuve, Belgique, Presses Universitaires de Louvain 2006 (con saggi su Bene, Celati, Cerami, De Simone, Martone e Celestini)
Patrizia Bologna, Tuttestorie – Radici, pensieri e opere di Ascanio Celestini, Milano, Ubulibri 2007
Roberta de Vito, Ascanio Celestini: la voce delle mosche. Una prospettiva “rivoluzionaria”. Quando la memoria diviene arte, in “Avanguardia. Rivista di letteratura contemporanea”, n° 36, 2007
Discografia
Parole sante, Radio Fandango 2007
Filmografia
Senza paura, Fandango 2004 – Regista e sceneggiatore
Mio fratello è figlio unico, regia di D. Luchetti, Cattleya 2006 – Attore
Parole sante, Fandango 2007 – Regista e sceneggiatore
Testo Tratto da “wikipedia.org”
UN PICCOLO ASSAGGIO PER STIMOLARE L’ATTENZIONE DI UN GRANDE ARTISTA!